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| L'archeologia | ||||||||||||||||||||||
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Nella parte alta di Calopezzati si costruì - probabilmente all'inizio del millennio - una Rocca, primitivo baluardo, che col tempo fu trasformato in un Forte a pianta quadrangolare, fortificato dai Normanni, prima, e dagli Angioini, dopo, con i loro rispettivi sistemi. Ma fu la più avanzata tecnica degli Svevi che portò, nel XIII sec., alla costruzione del Castello Giannone e delle mura di cinta con i bastioni lato mare, che diedero al borgo caratteristiche strategiche rimaste inalterate per tutto il periodo feudale. Il Castello fu sottoposto a rimaneggiamenti plurimi, sia per le mutate esigenze difensive che per il processo d'evoluzione architettonica che i vari feudatari favorirono nel volerlo, oltre che come fortezza, anche come attraente dimora. Nonostante ciò, ha mantenuto inalterati i segni che caratterizzarono la sua architettura, come la severa volumetria e le quattro torri appena sporgenti sul corpo quadrangolare di base, propri della castellologia Sveva. Tuttora esistente ed integro, il primitivo accesso sulla facciata di nord-est, con la bellissima scala a torre e relativo passaggio mobile, sintetizza tutta l'essenzialità dell'architettura medioevale. Nel 500 si ridussero i corpi in altezza, si merlarono le torri, si spostò l'accesso di fronte al borgo, modificando il fossato. Nel 700 i Sambiase gli diedero l'impronta del secolo, adeguandone le funzioni abitative e arricchendolo di raffinati episodi scultorei e decorativi. Degni di nota sono la bifora quattrocentesca, collocata in una delle finestre del salone sul cortile interno, la biblioteca di raffinata fattura tardo barocca, alcuni soffitti, camini monumentali, un cancelletto di ferro battuto al termine dello scalone, di delicata lavorazione. È uno dei castelli più suggestivi di Calabria per l'ottimo stato di conservazione che gli attuali proprietari hanno assicurato con accurato restauro eseguito alla fine degli anni trenta. Annessa al Castello è la Chiesa dell'Addolorata, che n'era parte integrante. Poco si sa della sua origine, ma furono certamente i Sambiase a darle gran dignità, aprendo l'attuale portale sulla piazza, erigendo il campanile e soprattutto arredandola. Vittoria Sambiase Piccolomini d'Aragona avendovi seppellito il marito Alfonso e la figlia Anna Maria la fece ulteriormente abbellire. La pala d'altare, edicolata a tutta parete, riccamente intagliata in legno patinato d'oro, opera di maestri intagliatori e stuccatori di scuola napoletana, resta uno degli esempi più puri dell'arte Rococò in Calabria. Le pregevolissime statue lignee, presumibilmente della stessa epoca, di cui la chiesa fu dotata, furono trasferite successivamente al Castello. |
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Da tempo oggetto d'indagini archeologiche approfondite, Castiglione di Paludi è uno degli insediamento brezi più interessanti oggi conosciuti, racchiuso in un'imponente cinta muraria. Posto in posizione panoramica alla sommità di una collina delimitata dai torrenti Coseria e Scarmaci, 8 km dal mare, il sito è stato da alcuni identificato con l'antica Cossa, una città enotria di cui testimoniano Ecateo da Mileto (VI a.C.) e anche Giulio Cesare nel suo De Bello Civili. La vasta zona archeologica di Castiglione, rinvenuta negli anni cinquanta sul pianoro davanti all'abitato di Paludi, conserva le ricche testimonianze di un centro fortificato Brezio d'importanza primaria. La fase più antica risale all'età del ferro, di cui sono testimoni circa 50 tombe a fossa, databili fra la fine del X e la prima metà dell'VIII sec. a. C.; i corredi ne attestano la cultura tipica del periodo, con massicce attestazioni di reperti in metallo, recuperati nel corso degli anni '50. La seconda fase è caratterizzata dalle emergenze monumentali (mura, teatro, edifici) dell'abitato fortificato, risalente al IV-III sec. a.C. Di questo periodo sono note anche delle tombe, che si sovrapposero alle più antiche dell'Età del Ferro. II colle di Castiglione offriva sicurezza strategica e logistica, grazie alle ripide balze che lo isolano dai valloni sottostanti. La sommità è costituita da due ampi pianori separati al centro da una valletta con doppia pendenza, verso Est e verso Ovest. Dalla sommità Nord/Est è visibile il litorale dalla foce del torrente Coserie al Capo Trionto, mentre il fianco Sud/Ovest della collina si raccorda ai primi contrafforti della Sila. La cinta muraria, il cui circuito è noto attualmente per una lunghezza totale di m. 500 circa, è costruita in blocchi squadrati d'arenaria locale, poggianti sul banco roccioso sottostante. L'accesso principale dalla Valle del Coserie è controllato dalla grande Porta Est costituita da uno sbarramento con due passaggi ai lati e vestibolo interno sul cui fondo si apriva la porta vera e propria. La porta è dominata dai resti di due torri a pianta circolare e, in origine, a due piani. Il tratto orientale della cinta, attualmente pericolante, è stato tagliato nel corso degli anni '50 da una stradella comunale nel punto in cui è oggi visibile una scala per il cammino di ronda, addossata al paramento interno. Nello stesso tratto, 40 metri in direzione Sud/Est, si apre una postierla per le sortite d'emergenza. Risalendo, invece, dalla Porta Est in direzione Nord/Est, il circuito può seguirsi interamente fino alla Torre Nord/Est, in prossimità della quale si incontra un'altra scala per il cammino di ronda. La Torre a pianta circolare, che protegge lo sperone della collina lungo la via d'accesso dal Coserie, si raccorda al tratto più settentrionale della cinta. Quest'ultimo risulta ad oggi mal conservato a causa di movimenti franosi che interessano il ciglio della collina. Sono tuttavia visibili i resti, scoperti recentemente, di una torretta con scala elicoidale. Un ulteriore tratto del circuito difensivo si conserva all'estremità Nord/Ovest del colle, nei pressi dell'attuale accesso all'area archeologica. Il sistema difensivo si completa verso il fondovalle del Torrente S. Elia, affluente del Coserie, con la Porta Sud/Est, più semplice nella struttura rispetto alla grande Porta Est, essendo fornita di due guance laterali con breve corridoio interno. Il settore più eminente del pianoro settentrionale, che guarda verso la valletta centrale, è occupato dal teatro. I sedili a gradinate nella parte alta della cavea sono stati intagliati nel pendio roccioso naturale, quelli della parte bassa sono stati costruiti con blocchi squadrati d'arenaria. Si conservano tratti del muro che sosteneva la parte più alta delle gradinate e del corridoio laterale d'accesso a questa ultima. L'edificio ha subito spoliazioni di materiali nel corso dei secoli, perciò si presenta in cattivo stato di conservazione e di difficile lettura, considerato anche che mancano del tutto dati archeologici per quel che riguarda l'esistenza della scena, non sembra improbabile che il teatro sia stato in realtà un edificio per pubbliche riunioni. Nell'area a Sud/Est del teatro sono visibili i resti d'edifici a pianta rettangolare, costruiti nella consueta tecnica in blocchi squadrati con muri divisori interni in ciottoli a secco. Per la loro ubicazione sono da considerarsi con tutta probabilità edifici pubblici, tenuto conto anche della presenza di resti di un colonnato sulla fronte del più orientale di essi e, inoltre, dalla sistemazione generale dell'area per mezzo del Lungo Muro, posto immediatamente a valle del teatro con funzione di terrazzamento della collinetta e di completamento per così dire, scenografico, dell'intero settore centrale (lunghezza totale m. 42). Anche gran parte del pianoro meridionale doveva essere occupato da edifici, dei quali sono stati scavati soltanto piccoli settori. La destinazione privata di essi potrebbe essere comprovata dalla tipologia dei reperti, in netta prevalenza vasellame d'uso domestico (anfore, tegami, bacili). La tecnica costruttiva è affine a quella dell'edificio messo in luce negli scavi 1981-1985 sul pianoro settentrionale. L'edificio, che occupa una superficie di mq. 200, presenta pianta rettangolare con otto vani e corridoio sul lato Nord che delimita un'area occupata da strutture di servizio, come dimostrerebbe la tecnica costruttiva meno accurata di quella finora riscontrata nel corpo principale. L'ingresso di quest'ultimo è stato identificato all'estremità Nord/Ovest, dove si trova una piccola rampa in blocchi d'arenaria, fiancheggiata dai resti di una struttura in ciottoli, lunga circa m. 6, forse un portico. Mentre rimane incerta la funzione del grande edificio, sono sicure le due fasi di vita attestate dalle modifiche subite nel corso del III sec. a.C. dai vani che, pur mantenendo inalterato l'orientamento di quelli precedenti in blocchi squadrati d'arenaria, sono ricostruiti con muretti divisori in ciottoli di fiume e spezzoni di tegole, a secco, modificando il primitivo impianto planimetrico. Nell'area a Sud dell'edificio denominato I, ed in asse con quest'ultimo, si trova un altro edificio separato dal primo da una stradella di m. 4.50, ma con differenti caratteristiche planimetriche e costruttive. L'edificio a pianta rettangolare, denominato III, presenta, infatti, un'unica fase in blocchi e tre ampi vani usati nel corso del III sec. a.C. che coprono una superficie di 130 mq. A poca distanza dall'estremità Sud/Est dell'edificio II, in uno spazio completamente privo d'altre strutture, è visibile l'imboccatura di un grande pozzo in blocchi squadrati d'arenaria. Al problema del rifornimento idrico dell'abitato, si faceva fronte contemporaneamente con la cisterna in pietre a secco situata nella stessa area, circa 50 m. ad Est dell'edificio. |
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