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L'archeologia

  Patirion

 

 
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Sorge in forme bizantine su un'altura panoramica a circa 700 m. s.l.m., in un luogo assai affascinante, immerso nei boschi. Fu fondata tra l'XI e il XII sec dal monaco basiliano Bartolomeo da Simeri, di Rossano, all'epoca una delle città più importanti dell'elle­nismo religioso e culturale. Meglio conosciuta come Patir, Patirion o Patire, deve queste sue denominazioni al padre (in greco patér) fondatore, che fece del monastero un notissimo centro di studi teologici e classici.
L'Abbazia fu pertanto il più noto Cenobio del Sud che, attraverso il suo "Scriptorium" e l'intensa attività dei monaci, contribuì a tramandare, difen­dere e preservare molti dei testi della cultura antica e classica, confluiti poi nelle più importanti biblioteche italiane ed estere. Nella biblioteca del Patirion si custodiva una gran­dissima quantità di rari mano­scritti fra cui il cimelio sacro più importante di tutta la Calabria: il "Codex Purpureus Rossanensis” del sec. V-VI, attualmente conservato nel Museo Diocesano d'arte sacra.
Dell'originaria costruzione ri­mangono in piedi alcuni archi e avanzi del chiostro. La parte meglio conservata della struttura è sicuramente la Chiesa, bella basilica a tre navate separate da due ordini di colonne. La facciata presenta un imponente portale gotico, sormontato da un rosone, ai cui lati si aprono due bifore a tutto sesto. Sempre all'esterno, partico­larmente interessanti sono le tre absidi di stile arabo-normanno, su cui spiccano singolari decorazioni geome­triche costituite da tessere policrome in pietra e arenaria. Da segnalare, all'interno, la raffinata pavimentazione musi­va, che un tempo ricopriva tutta la superficie della chiesa e di cui oggi non restano che pochi esempi. I mosaici super­stiti raffigurano animali, molti dei quali mitici, realizzati nelle tipiche sfumature ocra della tradizione musiva bizantina. I soggetti di tali mosaici furono riprodotti su stoffe orientali e siciliane.
La decadenza irreversibile del Monastero del Patirion coin­cide, da una parte, con la fine dell'impero di Bisanzio (1453) e quindi con la crisi insanabile del Monachesimo e della Chiesa Bizantina in Italia e, dall'altra, con la latinizzazione della Chiesa di Rossano. Questa è intrapresa, alla morte dell'ultimo Vescovo greco, Domenico de Lagonessa, dal primo Arcivescovo Cattolico, Matteo Saraceno (1460), col quale cessa definitivamente quanto ancora restava di dottrina, di liturgia, d'organiz­zazione e di spiritualità greche a Rossano.
Tomba del Salto  

Poco distante da Cariati è presente una vasta zona archeologica che copre un larghissimo arco di tempo, dall'età del bronzo ad epoca tardo-antica e alto-medievale. In località "Salto", in par­ticolare, nei pressi dell'Ospe­dale civile, un chilometro circa a sud dell'abitato, è stata riportata alla luce nel 1978 una eccezionale tomba a camera sotterranea detta Tomba del Salto, attribuita ad un antico guerriero brezio.
 
Le informazioni che si hanno sul sito, collocato su un'altura in località Pruija, sono scar­sissime, tanto che se ne ignora il nome antico.
Della città rimangono tracce delle mura difensive, costruite in blocchi squadrati di are­naria. La tomba invece è stata rinvenuta alla base della collina, in seguito a lavori d'aratura nel primo entroterra della marina a sud di Cariati. Misura metri 1,60 per 3 di larghezza, è realizzata in la­stroni d'arenaria, con base a pianta rettangolare e corridoio d'accesso, e presenta all'inter­no della cella interessanti dettagli decorativi (come mensole e intonaco dipinto). Il ricco corredo funerario che vi è stato rinvenuto, attualmente conservato presso il Museo della Sibaritide, è costituito da oggetti in metallo e recipienti ceramici. Si segnalano una corona argentea con elementi a foglia in terracotta dorata, una corazza anatomica e un elmo in bronzo, due cinturoni, lance e spada in ferro, un recipiente potorio in argento, mentre, tra i prodotti ceramici, s'annoverano un'anfora greco-italica, statuine votive e vasellame a figure rosse di fab­brica italiota. Il complesso, da­tabile verso il 330 a.C., è attri­buibile ad un personaggio emer­gente, probabilmente guer­riero di una tribù brezia insediata nella zona. Il ritro­vamento sporadico di una statuetta bronzea di pregevole fattura, raffigurante Ercole, ne attesta infine il culto.

 

Muraglie di Annibale  
3 Km. a nordest dell'abitato di Pietrapaola, disperso a monte tra distese di querce e ca­stagneti ed a valle tra gli ulivi, si può visitare un antico impianto difensivo brezio del III sec. a.C. di notevole interesse archeologico-ambientale: le cosiddette Muraglie di An­nibale. Si tratta d'un vasto insediamento fortificato risa­lente allo stesso periodo in cui sorgono i centri di Castiglione dei Bruzi, a Paludi, e di Pruija, a terravecchi
 
L'altopiano delle Muraglie si trova in cima ad un'altura in posizione dominante sulla fascia costiera ionica tra Capo Trionto e Punta Fiume Nicà. Lungo lo sperone roccioso che borda a nord e nord/ovest l'altopiano, si conserva - per una lunghezza complessiva attuale di m. 450 - una cinta muraria in blocchi squadrati di conglomerato d'arenaria, i quali formano un doppio paramento a secco in opera poligonale. Sul lato nord/est del circuito si apre una porta rientrante ad angolo retto decorata da un listello a rilievo, con corridoio lungo m. 15, in corrispondenza di un'antica via di accesso dal litorale, che, in prossimità della porta, era sbarrata da una serie di massi rocciosi.
All'estremità sud/est dello sperone, è visibile il basa­mento di una torre a pianta quadrangolare, posta a control­lo dell'arco costiero meridio­nale.
In base alle più recenti rico­gnizioni, è possibile ipotiz­zare la presenza di un circuito difensivo lungo in totale 1,5 Km., assai simile nell'aspetto a quello di Castiglione di Paludi, che racchiudeva un'am­pia superficie a pianori (circa 45 ettari), separati da una valletta centrale. Entrambi fa­cevano parte di una catena di luoghi fortificati che segnavano il territorio brezio.
Nell'area all'interno della cinta muraria sono stati recuperati vari materiali archeologici, quali pregiate statuine fittili, ceramiche, monete riferibili ad una frequentazione del sito tra il IV e il III sec. a.C. (patri­monio questo conosciuto nella tradizione popolare come "Tesoro di Annibale").

 

 
Castello di Giannone  

Nella parte alta di Calopezzati si costruì - probabilmente all'inizio del millennio - una Rocca, primitivo baluardo, che col tempo fu trasformato in un Forte a pianta quadrangolare, fortificato dai Normanni, prima, e dagli Angioini, dopo, con i loro rispettivi sistemi. Ma fu la più avanzata tecnica degli Svevi che portò, nel XIII sec., alla costruzione del Castello Giannone e delle mura di cinta con i bastioni lato mare, che diedero al borgo caratteristiche strategiche rimaste inalterate per tutto il periodo feudale.
 
Il Castello fu sottoposto a rimaneggiamenti plurimi, sia per le mutate esigenze difensive che per il processo d'evoluzione architettonica che i vari feudatari favorirono nel vo­lerlo, oltre che come fortezza, anche come attraente dimora. Nonostante ciò, ha mantenuto inalterati i segni che caratteriz­zarono la sua architettura, come la severa volumetria e le quattro torri appena sporgenti sul corpo quadrangolare di base, propri della castellologia Sveva.
Tuttora esistente ed integro, il primitivo accesso sulla fac­ciata di nord-est, con la bel­lissima scala a torre e relativo passaggio mobile, sintetizza tutta l'essenzialità dell'archi­tettura medioevale. Nel 500 si ridussero i corpi in altezza, si merlarono le torri, si spostò l'accesso di fronte al borgo, modificando il fossato. Nel 700 i Sambiase gli diedero l'im­pronta del secolo, ade­guandone le funzioni abitative e arricchendolo di raffinati episodi scultorei e decorativi. Degni di nota sono la bifora quattrocentesca, collocata in una delle finestre del salone sul cortile interno, la biblioteca di raffinata fattura tardo baroc­ca, alcuni soffitti, camini mo­numentali, un cancelletto di ferro battuto al termine dello scalone, di delicata lavora­zione. È uno dei castelli più suggestivi di Calabria per l'ottimo stato di conservazione che gli attuali proprietari hanno assicurato con accurato re­stauro eseguito alla fine degli anni trenta.
Annessa al Castello è la Chiesa dell'Addolorata, che n'era parte integrante. Poco si sa della sua origine, ma furono certamente i Sambiase a darle gran dignità, aprendo l'attuale portale sulla piazza, erigendo il campanile e soprattutto arre­dandola. Vittoria Sambiase Piccolomini d'Aragona aven­dovi seppellito il marito Alfonso e la figlia Anna Maria la fece ulteriormente abbellire.
La pala d'altare, edicolata a tutta parete, riccamente inta­gliata in legno patinato d'oro, opera di maestri intagliatori e stuccatori di scuola napo­letana, resta uno degli esempi più puri dell'arte Rococò in Calabria. Le pregevolissime statue lignee, presumibilmente della stessa epoca, di cui la chiesa fu dotata, furono trasferite successivamente al Castello.
Castiglione dei Bruzi  

Da tempo oggetto d'indagini archeologiche approfondite, Castiglione di Paludi è uno degli insediamento brezi più interessanti oggi conosciuti, racchiuso in un'imponente cin­ta muraria. Posto in posizione panoramica alla sommità di una collina delimitata dai torrenti Coseria e Scarmaci, 8 km dal mare, il sito è stato da alcuni identificato con l'antica Cossa, una città enotria di cui testimoniano Ecateo da Mileto (VI a.C.) e anche Giulio Cesare nel suo De Bello Civili.
 
La vasta zona archeologica di Castiglione, rinvenuta negli anni cinquanta sul pianoro davanti all'abitato di Paludi, conserva le ricche testimo­nianze di un centro fortificato Brezio d'importanza primaria. La fase più antica risale all'età del ferro, di cui sono testimoni circa 50 tombe a fossa, databili fra la fine del X e la prima metà dell'VIII sec. a. C.; i corredi ne attestano la cultura tipica del periodo, con massicce attestazioni di re­perti in metallo, recuperati nel corso degli anni '50. La seconda fase è caratterizzata dalle emergenze monumentali (mura, teatro, edifici) dell'abita­to fortificato, risalente al IV-III sec. a.C. Di questo periodo sono note anche delle tombe, che si sovrapposero alle più antiche dell'Età del Ferro.
II colle di Castiglione offriva sicurezza strategica e lo­gistica, grazie alle ripide balze che lo isolano dai valloni sottostanti. La sommità è costituita da due ampi pianori separati al centro da una valletta con doppia pendenza, verso Est e verso Ovest. Dalla sommità Nord/Est è visibile il litorale dalla foce del torrente Coserie al Capo Trionto, mentre il fianco Sud/Ovest della collina si raccorda ai primi contrafforti della Sila.
La cinta muraria, il cui circuito è noto attualmente per una lunghezza totale di m. 500 circa, è costruita in blocchi squadrati d'arenaria locale, poggianti sul banco roccioso sottostante. L'accesso princi­pale dalla Valle del Coserie è controllato dalla grande Porta Est costituita da uno sbarra­mento con due passaggi ai lati e vestibolo interno sul cui fondo si apriva la porta vera e propria. La porta è dominata dai resti di due torri a pianta circolare e, in origine, a due piani. Il tratto orientale della cinta, attualmente pericolante, è stato tagliato nel corso degli anni '50 da una stradella comunale nel punto in cui è oggi visibile una scala per il cammino di ronda, addossata al paramento interno. Nello stesso tratto, 40 metri in direzione Sud/Est, si apre una postierla per le sortite d'emergenza.
Risalendo, invece, dalla Porta Est in direzione Nord/Est, il circuito può seguirsi inte­ramente fino alla Torre Nord/Est, in prossimità della quale si incontra un'altra scala per il cammino di ronda.
La Torre a pianta circolare, che protegge lo sperone della collina lungo la via d'accesso dal Coserie, si raccorda al tratto più settentrionale della cinta.
Quest'ultimo risulta ad oggi mal conservato a causa di movimenti franosi che interes­sano il ciglio della collina. Sono tuttavia visibili i resti, scoperti recentemente, di una torretta con scala elicoidale.
Un ulteriore tratto del circuito difensivo si conserva all'estre­mità Nord/Ovest del colle, nei pressi dell'attuale accesso all'area archeologica.
Il sistema difensivo si completa verso il fondovalle del Torrente S. Elia, affluente del Coserie, con la Porta Sud/Est, più semplice nella struttura rispetto alla grande Porta Est, essendo fornita di due guance laterali con breve corridoio interno.
Il settore più eminente del pianoro settentrionale, che guarda verso la valletta centrale, è occupato dal teatro. I sedili a gradinate nella parte alta della cavea sono stati intagliati nel pendio roccioso naturale, quelli della parte bassa sono stati costruiti con blocchi squadrati d'are­naria. Si conservano tratti del muro che sosteneva la parte più alta delle gradinate e del corridoio laterale d'accesso a questa ultima. L'edificio ha subito spoliazioni di materiali nel corso dei secoli, perciò si presenta in cattivo stato di conservazione e di difficile lettura, considerato anche che mancano del tutto dati archeologici per quel che riguarda l'esistenza della scena, non sembra impro­babile che il teatro sia stato in realtà un edificio per pubbliche riunioni.
Nell'area a Sud/Est del teatro sono visibili i resti d'edifici a pianta rettangolare, costruiti nella consueta tecnica in blocchi squadrati con muri divisori interni in ciottoli a secco. Per la loro ubicazione sono da considerarsi con tutta probabilità edifici pubblici, tenuto conto anche della presenza di resti di un colonnato sulla fronte del più orientale di essi e, inoltre, dalla sistemazione generale dell'area per mezzo del Lungo Muro, posto immediatamente a valle del teatro con funzione di terrazzamento della colli­netta e di completamento per così dire, scenografico, dell'in­tero settore centrale (lunghez­za totale m. 42).
Anche gran parte del pianoro meridionale doveva essere occupato da edifici, dei quali sono stati scavati soltanto piccoli settori. La destinazione privata di essi potrebbe essere comprovata dalla tipologia dei reperti, in netta prevalenza vasellame d'uso domestico (anfore, tegami, bacili). La tecnica costruttiva è affine a quella dell'edificio messo in luce negli scavi 1981-1985 sul pianoro settentrionale.
L'edificio, che occupa una superficie di mq. 200, presenta pianta rettangolare con otto vani e corridoio sul lato Nord che delimita un'area occupata da strutture di servizio, come dimostrerebbe la tecnica costruttiva meno accurata di quella finora riscontrata nel corpo principale. L'ingresso di quest'ultimo è stato identificato all'estremità Nord/Ovest, dove si trova una piccola rampa in blocchi d'arenaria, fiancheg­giata dai resti di una struttura in ciottoli, lunga circa m. 6, forse un portico. Mentre rimane incerta la funzione del grande edificio, sono sicure le due fasi di vita attestate dalle modifiche subite nel corso del III sec. a.C. dai vani che, pur mantenendo inalterato l'orien­tamento di quelli precedenti in blocchi squadrati d'arenaria, sono ricostruiti con muretti divisori in ciottoli di fiume e spezzoni di tegole, a secco, modificando il primitivo impian­to planimetrico.
Nell'area a Sud dell'edificio denominato I, ed in asse con quest'ultimo, si trova un altro edificio separato dal primo da una stradella di m. 4.50, ma con differenti caratteristiche planimetriche e costruttive. L'edificio a pianta rettangolare, denominato III, presenta, infatti, un'unica fase in blocchi e tre ampi vani usati nel corso del III sec. a.C. che coprono una superficie di 130 mq.
A poca distanza dall'estremità Sud/Est dell'edificio II, in uno spazio completamente privo d'altre strutture, è visibile l'imboccatura di un grande pozzo in blocchi squadrati d'arenaria. Al problema del rifornimento idrico dell'abitato, si faceva fronte contem­poraneamente con la cisterna in pietre a secco situata nella stessa area, circa 50 m. ad Est dell'edificio.